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L'ultimo numero di Vita e Pensiero presenta un interessante editoriale sul "trionfo del naturalismo", identificato con l'illusione di vivere la realtà in prima fila, in modo immediato e senza filtri: si tratta evidentemente di considerazioni molto generali, che investono diversi campi del sapere. Questa tendenza sembra però contrastata a livello culturale: per esempio l'arte contemporanea, nelle sue varie forme, sembra invece spingerci a rifiutare la facilità di comprensione.
Che cosa succedeva nel passato? «In che cosa siamo diversi dalla gente vissuta all'epoca di Giotto o di Raffaello?» (Vita e Pensiero, 6/2010, p. 5). Di fronte a una realtà complessa, gli artisti del passato adottavano una ricostruzione raffinata, basata su leggi razionali (la prospettiva) e sullo studio scrupoloso di tutti i particolari, anche se la scena raffigurata era, per esempio, mitologica: un approccio assai simile a quello della scienza da Galileo in poi, per cui la realtà si può ricostruire a partire da un modello matematico. Paradossalmente, proprio grazie al successo della scienza, «diventa possibile pensare alla natura come qualcosa che è immediatamente a nostra disposizione... senza il filtro di un progetto o modello ideale» (pp. 6-7). Ma la scienza, così come l'arte, è in grado di farci comprendere la realtà solo a partire dalla nostra intelligenza, non certo "saltandola" per avere uno sguardo immediato.
Da dove viene allora quest'illusione di immediatezza? Dai grandi mezzi di comunicazione, che provano a farci credere di essere in contatto diretto con ciò che accade. «Rispetto alla realtà, l'illusione di un accesso immediato rende fittizio ogni schema interpretativo, che viene distinto da essa: tu hai la realtà davanti a te, poi te la spieghi ("ti fai un film", come si dice nello slang metropolitano per sottolineare a un tempo l'illusorietà e la necessità psicologica della spiegazione). Questo travolge ... la possibilità stessa di una spiegazione razionale» (p. 7), che è necessaria sia alla scienza sia alla fede. Il realismo scientifico non va d'accordo né con il fondamentalismo (scientifico o religioso: è l'idea di possedere l'unica spiegazione giusta) né con il naturalismo (tutto - e quindi niente - è direttamente conoscibile).
La via d'uscita da questa situazione non può consistere in un semplice ritorno all'antico. «Questo porta infatti al "museo" ... come modalità di organizzazione della cultura: possiamo riconoscere un contenuto come valido solo se è già "santificato" da una tradizione, magari da una tradizione che ci vede in posizione di "custodi" del museo» (p. 8). Piuttosto che tentare un'impossibile restaurazione, che non potrebbe mai coinvolgere i contemporanei bisognosi di immediatezza, è meglio percorrere «la strada della testimonianza personale, di chi si impegna in prima persona nella possibilità di un senso, ben diverso dall'atteggiamento del custode del museo, la cui preoccupazione è solo che tutto rimanga così com'è» (p. 8). Occorre insomma, conclude l'editoriale, assumere lo stile di Benedetto XVI: «avere il coraggio di offrire una spiegazione razionale in prima persona» (p. 8).
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