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Emerge la necessità e l'urgenza di rispondere alla domanda che il secolo appena concluso ci ha lasciato: chi è l'uomo? Cos'è l'umano? Ci sono dei riferimenti plausibili e concreti così che l'uomo si distingua dal resto del creato non in termini di sviluppo quantitativo, ma di differenza qualitativa? Potrebbe sembrare una questione oziosa, puramente accademica, in realtà la cronaca ci documenta e spesso ci sgomenta circa l'eclisse del senso comune, la confusione che pare regnare al riguardo e che ispira decisioni e comportamenti. Una visione dell'uomo che non sia aperta alla trascendenza, ma che cerchi di fondare se stessa, si rivela subito debole e fragile: può l'immanenza fondare se stessa? Può garantirsi di fronte alla violenza codificata? Solamente l'Assoluto, solo l'Incondizionato può fondare e garantire ciò che è limitato e contingente.
Senza voler qui affrontare la questione, mi limito a ricordare quelli che il Santo Padre ha voluto chiamare 'valori non negoziabili' in quanto stanno nel DNA della natura umana e sono il ceppo vivo e vitale di ogni altro germoglio valoriale. Il Santo Padre, dopo aver ricordato che 'la verità dello sviluppo consiste nella sua integralità' (Caritas in Veritate, 18), afferma che il vero sviluppo ha un centro vitale e propulsore, e questo è 'l'apertura alla vita': infatti, 'quando una società s'avvia verso la negazione e la soppressione della vita, finisce per non trovare più le motivazioni e le energie necessarie per adoperarsi a servizio del vero bene dell'uomo. Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l'accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono' (ib 28).
Insieme alla vita, da accogliere dal concepimento fino al tramonto naturale, Benedetto XVI indica la famiglia come cellula fondamentale e ineguagliabile della società, formata da un uomo e una donna e fondata sul matrimonio, e pone anche la libertà religiosa e educativa. Non è un elenco casuale, ma fondativo della persona e di ogni altro diritto e valore: senza un reale e non nominalistico rispetto e promozione di questi principi primi che costituiscono l' 'etica della vita' è illusorio pensare ad un' 'etica sociale' che vuole promuovere l'uomo ma in realtà lo abbandona nei momenti della maggiore fragilità. Ogni forma di fragilità chiede alla società intera di essere presa in carica per sostenere in ogni modo il debole e l'incapace: e questo 'prendersi cura' nel segno della buona organizzazione, di efficienti strutture e della tenerezza relazionale, rivela il grado umanistico e civile della compagine sociale.
Ogni altro valore, necessario per il bene della persona e della società - come il lavoro, la casa, la salute, l'inclusione sociale, la sicurezza, le diverse provvidenze, la pace e l'ambiente... - germoglia e prende linfa da questi. Separati dall'accoglienza radicale della vita, questi valori si inaridiscono e possono essere distorti da logiche e interessi di parte.
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