Newsletter 23/12/2009
Vivissimi auguri per un Santo Natale
dal Servizio nazionale per il progetto culturale
Anche Gesù guardava il cielo?

Si sta ormai per concludere l'Anno Internazionale dell'Astronomia, ricco di manifestazioni e di iniziative che ci hanno aiutato a dirigere nuovamente i nostri sguardi verso il cielo. Fra le molte le domande suscitate vogliamo farne emergere una, forse un po' insolita, che per pudore spirituale (o scientifico) difficilmente si solleva: ma Gesù di Nazaret, osservava le stelle in cielo? I Vangeli non sembrano dirci nulla al riguardo. Una lacuna che potrebbe trasformarsi perfino in malinconica delusione. È possibile che il Figlio di Dio fatto uomo non abbia mostrato alcun interesse per quel cielo che Lui ha creato? Non sono Orione, le Pleiadi e le Orse, tutte creature delle sue mani, come insegnavano agli ebrei devoti i Salmi e i profeti del Primo Testamento, ed hanno poi ripetuto più volte i padri della Chiesa? Potrebbe il rifiuto dell'idolatria e il rischio, sempre presente, di vedere nel cielo la sede di dèi diversi dal loro unico Creatore, aver scoraggiato a tal punto i redattori della storia terrena di Gesù da evitarne qualsiasi riferimento? Ciò che poteva essere inizialmente una semplice domanda, frutto di curiosità, acquista ora maggiore serietà e merita qualche riflessione.

Vale la pena ricordare che i riferimenti al cielo stellato nel Primo Testamento non riguardano solo l'esortazione a guardarsi dall'idolatria verso i corpi celesti (tale da meritare perfino la lapidazione, secondo Dt 17,2-5), ma testimoniano in modo altrettanto chiaro la lode a Dio che gli astri e il cielo proclamano, una lode che diventa preghiera al loro Creatore (cfr. Sir 43, 1-12; Is 40,26; 45,12 e 48,13; Gb 9,7-9; 38,31-32; Sal 19,2). «Le stelle hanno brillato nei loro posti di guardia e hanno gioito - afferma il profeta Baruc -; egli le ha chiamate e hanno riposto 'Eccoci!', ed hanno brillato di gioia per colui che le ha create» (Bar 3,34). L'episodio riferito dal Vangelo di Matteo, nel quale dei Magi provenienti dall'Oriente, studiosi del cielo, giungono a Betlemme guidati da una stella (cfr. Mt 2,1-12), è abbastanza esplicito al riguardo: al di là delle interpretazioni realistiche o allegoriche che si vogliano dare a questo astro, l'osservazione del cielo può finalmente condurre a riconoscere la nascita del suo Creatore. Assodato dunque che il pio israelita, può - e in parte deve - alzare gli occhi verso il cielo, resta la domanda iniziale: Gesù lo avrà fatto almeno qualche volta?

Di Gesù sappiamo che aveva un fisico sano ed amava l'aria aperta. Restava spesso a pregare fuori durante la notte (cfr. Mt 14,22-23; Lc 6,12; Lc 21,37), specie in occasione di decisioni importanti, come la scelta, fra i suoi discepoli, di dodici apostoli. Nicodemo, uno dei capi dei giudei, sceglie le ore notturne per conversare con Gesù (cfr. Gv 3,1-15), non soltanto per timore degli altri farisei, ma anche perché sapeva che per il Maestro non era inconsueto parlare a tu per tu con qualcuno durante quelle ore. La sua attività pubblica, fatta soprattutto di predicazione e di guarigioni, si protraeva anche oltre il tramonto (cfr. Mc 1,32). In una circostanza Gesù aveva invitato i suoi interlocutori a giudicare gli eventi della salvezza almeno con la stessa perizia con cui sapevano giudicare l'apparenza del cielo in ordine alla previsione del clima meteorologico (cfr. Mt 16, 2-4; Lc 12,55-56), cosa che probabilmente Gesù stesso era abituato a fare, dovendosi spostare assai frequentemente a piedi per lunghe distanze. La testimonianza dei Vangeli sulle notti trascorse da Gesù di Nazaret all'aria aperta è un dato sobrio ma certamente sufficiente per dedurre che la volta celeste abbia accompagnato la sua preghiera, che avrà conosciuto non soltanto l'umile posizione prona, frequente in Israele per l'orazione di richiesta, ma anche la posizione eretta, con le mani aperte e lo sguardo verso l'alto, con buona probabilità quella abituale nel misterioso dialogo fra il Figlio e il Padre del cielo.

Ma quale sarebbe stata l'apparenza della volta celeste ai tempi di Gesù e nei luoghi del suo ministero? A causa della sua latitudine geografica più bassa (Gerusalemme è a 31.5°N mentre Roma è a 42°N), il cielo di Israele offre alcune particolarità, diversamente da quanto riservato ad un osservatore che guardi il cielo alle latitudini italiane. Nelle notti di primavera, ad esempio, la stella Arturo apparirebbe praticamente allo Zenit, e nelle notti invernali la costellazione di Orione almeno una decina di gradi più alta al passaggio in meridiano. La luminosità apparente di Sirio, poco a sud-est di Orione, sarebbe più intensa di quella per noi abituale, a motivo del minore assorbimento dell'atmosfera dovuto alla sua maggiore altezza, sempre di almeno 10 gradi, sull'orizzonte. I Gemelli passerebbero anch'essi, in inverno, assai vicini allo Zenit, mentre il gruppo stellare delle IPleiadi, nel Toro, vi disterebbe solo una quindicina di gradi. L'Orsa Maggiore sarebbe assai prossima all'orizzonte nel cielo estivo ma ben alta in quello invernale. I contemporanei software professionali di simulazione astronomica della sfera celeste, dei quali ci serviamo per offrire le considerazioni che seguono, ci consentono di ricostruire l'apparenza del cielo indietro nel tempo e la posizione relativa dei pianeti. A causa della precessione degli equinozi, la stella polare, estremo del carro dell'Orsa Minore, sarebbe un po' più distante dal vero polo Nord celeste rispetto a quanto siamo abituati a registrare oggi, dopo circa duemila anni, e le altre costellazioni risulterebbero anch'esse un po' spostate. Come effetto, non solo la grande croce del Cigno culminerebbe in estate più in alto, ma il cielo di Israele di 2000 anni fa, a differenza del nostro, riserva la possibilità di vedere un'altra bella costellazione con questa medesima forma. È la Croce del Sud (3 stelle su 4 sono di 1a magnitudine), la cui latitudine celeste risulterebbe in quell'epoca compresa fra -46° e -52°S, consentendole di essere osservata, in buone condizioni di trasparenza all'orizzonte, anche se per pochissime ore, in direzione sud, alta al massimo una quindicina di gradi, tra la fine dell'inverno e l'inizio della primavera.

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Giuseppe Tanzella-Nitti ? Avvenire, 20 dicembre 2009

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