Newsletter 6/2009
 
L'anima non si vede neppure con la Tac
 

Un interrogativo emerge esplicitamente dalle neuroscienze, un interrogativo che ovviamente interessa da vicino anche altri campi del sapere, compresa la teologia: «Come è possibile che parti di materia priva di coscienza producano coscienza?» (Searle).

Qualunque sia il nesso cervello-coscienza questa domanda introduce, come documentano ampiamente gli studi neuroscientifici, il tema delle credenze (Gazzaniga, Hauser). Una volta aperto il campo delle credenze, bisogna poi fare spazio a tutte le forme espressive del senso religioso. Le neuroscienze giungono così a parlare di neuroetica (Safire, Roskies). Per rispondervi articolerò la domanda iniziale in un triplice interrogativo: «È il cervello a produrre la mente?». Ancor di più: «Partendo dal cervello e dal suo funzionamento si dà una spiegazione esauriente della natura dell?uomo?». In questi interrogativi ve n?è implicato un altro, per me decisivo. «Se fosse necessario, sulla base delle scoperte delle neuroscienze, superare la dualità mente-cervello, riconducendo la mente al cervello vi sarebbe ancora posto per l?anima (o per ciò che una storia plurisecolare ha voluto indicare con questo termine, comunque lo si voglia denominare)?».

La mia risposta si limita a due piccoli passi. A compiere il primo bastano poche righe. Per lasciare almeno aperti i tre interrogativi e così documentare la non falsificabilità delle teorie circa l?esistenza della mente, distinta dal cervello, e dell?anima basterebbe ribadire il noto principio che l?hoc post hoc non implica l?ergo propter hoc. Correlazione e successione non dicono causalità. (?) Mi interessa però assai di più aprire, col secondo passo, una pista di lavoro condivisibile in vista di quell?«unità del sapere» oggi improcrastinabile. Esiste un terreno comune da cui partire, nel rigoroso rispetto di ciò che è fede, e quindi teologia, e di ciò che è oggetto del sapere delle neuroscienze, per verificare quanta strada si può fare insieme.

Mi riferisco al concetto di credenza introdotto all?inizio. L?espressione «morale prima della morale» (Boella), coniata nel mondo della neuroetica, ribadisce il peso delle credenze anche per i cultori di questa disciplina. Al limite, quand?anche si intendessero le credenze come pure rappresentazioni mentali, fisicamente determinate in base a una riduzione della mente ad aspetti funzionali di proprietà cerebrali, si finirebbe sempre per riconoscere una qualche inclinazione etica nell?uomo. (?) Quand?anche si provasse che il cervello produce la mente, in nessun modo si potrà escludere che questa scoperta indichi di più del solo superamento di ogni dualismo mente-cervello. Essa non potrà annullare l?esperienza elementare del senso religioso, comunque lo si voglia intendere.

Ora, da un?accurata analisi del senso religioso si giunge ad inferire ciò che chiamiamo anima (spirito). A condizione di pensarla in termini di relazione sostanziale all?a/Altro, sia con la minuscola che con la maiuscola. L?anima, scriveva nel 1972 l?allora cardinal Ratzinger, è «la dinamica di una apertura infinita che significa contemporaneamente partecipazione all?infinito e all?eternità. Tale dinamica non è un succedersi di fatti senza nesso? la dinamica è sostanza e la sostanza è dinamica». L?unità-duale (non la dualità unificata) di anima-corpo è insuperabile.
Riconoscere questa prospettiva non giova forse anche alle neuroscienze?

 

Card. Angelo Scola, Avvenire, 16 giugno 2009

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